Yoko Ono | Add color

In un’epoca contemporanea come la nostra, in cui il networking è diventato lo strumento per colmare la nostra solitudine globale, anche l’arte viene usata nel tentativo di rassicurarci. Add color nasce dall’idea di una ritualità condivisa in cui lo spettatore è il creatore dell’opera stessa. Ogni visitatore può prendere del colore dai barattoli di vernice blu e bianca e fare ciò che vuole. In Add color si può anche entrare, ma con dei copriscarpe. L’opera pensata dall’artista sciamana diventa motivo di riflessione di un’intera collettività sulle grandi questioni contemporanee di cui ne sono simbolo le barche: l’immigrazione o anche il viaggio verso l’ignoto.

L’ombra dell’artista plurale, che crea a partire da relazioni, si era già intravista nell’arte Relazionale, Partecipativa e nel Fluxus. Ma in questo caso la relazione diventa effimera, gli occhi sono puntati solo sullo spettatore che diventa artista a tutti gli effetti, così il momento creativo coincide con quello della fattura collettiva. Sopratutto quest’ultimo aspetto, dell’azione partecipativa del pubblico, risulta essere delicato perché sfiora una questione dell’arte contemporanea: l’arista plurale può perdere la sua dimensione autoriale?. Si, e per evitare ciò l’artista si ritrova a dettare le regole per l’intero processo di creazione, rimanendo in questa maniera, l’unico depositario del percorso artistico. Egli segue -e non esegue- dall’esterno l’elaborazione collettiva in cui ognuno aggiunge qualcosa.

Yoko Ono, Add Color, 2016-2019

 

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