Giulio Catelli | Doppio Ritratto

Nel 1918 fu pubblicato il primo numero della rivista Valori Plastici, in quell’occasione Carlo Carrà editò una lettera intitolata Quadrante dello Spirito. Accanto al testo, Mario Broglio, il fondatore della rivista, decise di divulgare L’ovale delle apparizioni (1918), ora alla Galleria Nazionale d’Arte Modena di Roma.

Il testo è un’appassionata descrizione del valore dell’arte, che si sviluppa con una inquieta ricerca: «tormentatissima questione è questa dell’arte che prende la parte suprema dell’uomo. Ora sembra che l’anima mia si muova in una materia sconosciuta o sperduta nei gorghi d’uno spasimo sacro. È la conoscenza!».

Tra le parole di Carlo Carrà emerge anche una confessione sul suo umore, sulla sua anima e sul suo turbamento. Se questo stato emotivo comporta un fremito, la conoscenza -che per Carrà era la pittura di Giotto e del Quattrocento di Paolo di Dono, Piero della Francesca e Masaccio- riesce a condurlo verso la risoluzione della sua inquietudine.

Carlo Carrà, L’ovale delle apparizioni, 1918, olio su tela, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma

Questa dinamica verso la sfera interiore è caratteristica della pittura italiana del Novecento e di tutto il movimento artistico noto come “Ritorno all’ordine”. Nell’Ovale delle apparizioni, ad esempio, il pesce di rame, la statua-tennista e il manichino sono icone di una mappatura iconografica che apre a contenuti inconsci. Così, attraverso un messaggio che ci giunge quasi sottovoce, Carrà ci invita a guardare all’ordinario delle cose e alla loro natura straordinaria ed intima.

La capacità di cogliere lo straordinario nell’ordinario è una caratteristica della pittura di Giulio Catelli (Roma, 1982), le cui opere sono originate da un ripiegamento verso la propria sfera interiore. Lungi dall’essere scevro dai pittori del “Ritorno all’ordine”, Catelli, comunque, risulta simile a quest’ultimi, perché la sua pittura si caratterizza attraverso una modalità espressiva degli affetti e dell’intimo rapporto con le cose. Una relazione, quella di Catelli, che non si discosta dall’approccio di Carlo Carrà con il mondo esterno, laddove questi precisa il «dolce sognare che scioglie la misura e allarga la mia individualità nella relazione delle cose».

Giulio Catelli, Doppio Ritratto, installation view della galleria Richter Fine Art, Ph. Credit Giorgio Benni, Courtesy the Gallery and the Artist

Ecco che nel ciclo dei lavori esposti presso la galleria Richter Fine Art, riferibili al citato Catelli, emerge il desiderio di relazionarsi con gli affetti e gli oggetti vissuti nel proprio ambiente domestico. Nelle opere Interno con divanetto, Cuscini, Doppio ritratto, Sul terrazzo, v’è, infatti, un invito all’intimità che si cerca proprio nelle cose più ordinarie.

La pittura è leggera ed ariosa, costruita con esalazioni materiche e cromatiche giocate con le tonalità d’avorio, l’atmosfera domestica coincide con la visuale che potremmo avere tutti noi all’interno delle nostre abitazioni. Quella di Giulio è una pittura del “ritorno all’ordine” non nell’accezione culturale occidentale, bensì come un atto di flessione verso la sfera intima, che spinge a svelare un ordine interiore.

Giulio Catelli, Interno col divanetto, olio su tela, 120×140 cm, 2020, Ph. credit Giorgio Benni

Il filosofo scozzese George Berkeley (1685-1753) coniò la formula “esse es percipi”, esiste ciò che è percepito, tutte le opere di Catelli, a tal proposito, nascono naturalmente e vengono rappresentate come tali. Quindi non c’è da stupirci se nell’opera Doppio ritratto la prospettiva dilata il personaggi sullo sfondo, così come Sul terrazzo gli oggetti in primo piano sembrano essere inghiottiti dal verde retrostante.

Giulio Catelli, Sul terrazzo, olio su legno, 50×60 cm, 2020, Ph. Credit Giorgio Benni

La pittura non è ordinaria e neanche ordinata, le fantasie geometriche dei tendaggi nelle stanze sono asimmetrici. Le opere sono vive e pulsanti, stravolte dalla vena dinamica e gestuale, risultando, al contempo, controllate dalla modulazione di tonalità delicate e sommesse entro le quali il segno pittorico cerca di chiudersi.

Giulio Catelli, Divanetto, olio su tela, 50×60 cm, 2020, Ph. Credit Giorgio Benni

Giulio Catelli, Cuscini, olio su tela, 50×60 cm, 2020, Ph. Credit Giorgio Benni

Tutto ciò perché la pittura di Catelli nasce da un’introspezione profonda che, senza alcuna remora, riflette il suo status. Infatti, l’artista spiegando il titolo della mostra,  Doppio Ritratto, afferma come «tutto ha inizio con un quadro, non grande, in cui mi sono autoritratto con Andrea, il mio compagno. Mi sembra un raggiungimento e ho creduto giusto partire da questo dipinto. Mi interessa l’idea di riuscire a trasferire gli affetti e il vissuto dentro la pittura».

Giulio Catelli, Doppio Ritratto, olio su tela, 50×60 cm, 2020, Ph. Credit Giorgio Benni

Questo primato dell’animus sul concepimento, motiva lo stesso Catelli a voler lasciare alcuni spazi pittorici volutamente liberi dal colore e colmarli con la gamma di tonalità che derivano dal bianco. Perché nel non-colore l’opera si completa e risulta finita solo quando l’artista avverte che i suoi affetti sono esteriorizzati.

E’ immaginabile come Catelli, ad opera finita, riposti i pennelli, avverta la distruzione del senso di incertezza, giacché i suoi affetti sono stati materializzati ed hanno preso forma nella tela. L’artista rivive gli stessi stati emotivi che Carrà fece emergere nel suo “Quadrante dello Spirito”, in cui si dichiara «dubbioso di raggiungere quell’assoluta intensità d’espressione che dianzi vagheggiavo, non ché quel grado di perfezione imperfetta, che pure realizza un organismo di per sé vivente».

Giulio Catelli Doppio Ritratto, Installation view della galleria Richter Fine Art, Ph. Credit Giorgio Benni, Courtesy the gallery and the artist

 

Informazioni:

Doppio Ritratto, Giulio Catelli

Galleria Richter Fine Art

Vicolo del Curato 3, 00186, Roma

Dal 11 febbraio al 26 marzo 2021