Anicka Yi | Biologizing the machine

Nel 1818 Mary Shelley con la pubblicazione di Frankenstein aveva già immaginato una creatura ibrida, con tessuti organici ricuciti e tenuti assieme da bulloni di metallo che prendeva vita a suon di scosse elettriche.
Sebbene l’idea di ibridare l’essere umano, rendendolo cyborg era nata in via teorica nell’Ottocento, oggi viene ancora perseguita con l’uso dell’intelligenza artificiale (AI) e le nanotecnologie. L’artista keoreana Anicka Yi, per l’Arsenale della 58′ Biennale d’Arte Biennale di Venezia, ha fatto ciò che Mary Shelley aveva immaginato: robotizzato la natura e biologizzato la macchina. Appesi a testa in giù dei grandi baccelli sembrano nascere dai crateri di sabbia che sfiorano, hanno la pelle composta di alghe marine e pulsano di vita con una morbida luce led, nei loro ventri ospitano un ecosistema di falene. Però attenzione le falene sono animatroiche, ovvero sono dotate di parti meccaniche robotiche e svolazzano e si drizzano simulando il volo degli insetti attirati dalla luce. Un’opera allettante che ci regala un panorama magico, ma che alla fine, se ci si riflette su, appare minaccioso per la fedele capacità dell’artista di creare un tableau ecologico-robotizzato.

Anicka Yi, Biologizing the Machine (Tentacular trouble), alghe, LED, falene animatroiche, acqua, pompe, 2019

 

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